I preadolescenti: un’età “mistica”?

Chi educa si trova spesso disorientato di fronte all’educazione dei preadolescenti. Vista la loro irrequietezza non è sempre facile comunicare con loro, capire cosa vogliono o aiutarli a ragionare. Come trattarli? Non sono più bambini e neppure adolescenti. Di fatto anche la psicologia si dimostra in difficoltà di fronte a questa fase evolutiva tanto che alcuni non esitano a parlare della stessa come di un “età negata”. È necessario considerare la preadolescenza come una tappa evolutiva autonoma e di come questa età rappresenti una fase di transizione breve verso l’adolescenza. Allora dobbiamo chiederci anzitutto chi è il preadolescente oggi e in che modo i contesti non formali e informali hanno influenza su di lui?

La preadolescenza rappresenta una fase dello sviluppo umano, un’età compresa tra i dieci e i quattordici anni. È stata definita come un’età critica, difficile, complessa, delicata. La preadolescenza qualche volta assomiglia ad un ciclone o a qualcosa che mette in discussione tutto. Questi anni possono essere caratterizzati da incertezze, conflitti e difficoltà tanto per gli adulti (genitori-insegnanti-educatori) che cercano di comprendere i ragazzi quanto per i ragazzi stessi, combattuti fra il volere e non volere essere compresi. Il nucleo della personalità è ancora in divenire, frammentario, fragile. La preadolescenza è un’età di progressivo assestamento che pone i presupposti per una stabile definizione di sé. La preadolescenza, quindi, è un’età di passaggio molto delicata perché il più delle volte tale passaggio è muto, senza parole, quasi inavvertito.

Quel tenero bambino e quella dolce bambina che si era convinti di conoscere bene mostrano aspetti nuovi, comportamenti inaspettati, atteggiamenti sconosciuti fino a quel momento. Tali trasformazioni portano con sé l’emergere di nuove potenzialità, di nuovi desideri che spingono al raggiungimento dell’autonomia e verso la costruzione dell’identità adulta. La preadolescenza rappresenta “l’età delle grandi migrazioni”: da un corpo infantile verso un corpo adulto, dalla famiglia come unico punto di riferimento all’ingresso nel gruppo dei pari, da un pensiero basato sulla logica operativa ad uno fondato su quella formale, da un forte senso di appartenenza scolastica ad un senso critico nei confronti della stessa, da una religiosità legata alla frequenza della chiesa all’avvio di una religiosità più soggettiva e personalizzata, da una definizione di sé fondata sull’identificazione all’elaborazione di una propria identità personale e sociale.

Vista l’importanza di capire ciò che contraddistingue la preadolescenza, veniamo ora a considerare l’insieme dei compiti di sviluppo tipici di questa età:

Sviluppo fisico e sessuale

  • Verso la ristrutturazione dell’identità corporea;
  • Verso l’accettazione del proprio corpo;
  • Inizio della conoscenza e integrazione delle pulsioni sessuali;
  • Verso il consolidamento delle condotte di genere;
  • Primi Incontri con l’altro sesso e innamoramento.

Sviluppo cognitivo

  • Accrescere la propria capacità critica;
  • Accrescere la propria capacità di riflettere e risolvere i problemi;
  • Verso la capacità autoriflessiva.

Sviluppo sociale

  • Emanciparsi dalla famiglia;
  • Stabilire relazioni più profonde di amicizia;
  • Avere un gruppo di amici;
  • Allargare l’orizzonte dei propri interessi;
  • Verso nuove forme di socializzazione;
  • Verso un autonomia e definizione di sé.

 

Le parole chiave di questa fase evolutiva sono: RISPERIMENTAZIONE e AMBIVALENZA

La risperimentazione è caratterizzata dal: cambiamento fisico – cambiamento del modo di pensare – cambiamento delle competenze. Il preadolescente in questa fase si risperimenta nelle conquiste evolutive fatte fino a quel momento; con il suo bagaglio di competenze e conoscenze si accinge a scalare la vetta della crescita; e verifica se ciò che ha appreso fino a quel momento gli sta bene o no.

L’ambivalenza è: connessa ai dubbi, alle perplessità ed alle contraddizioni tipiche di questa età che il preadolescente manifesta continuamente con il suo comportamento; legata al fatto che il preadolescente si trova ad un bivio della sua vita; collegata al fare dei passi avanti verso la maturità ma anche al fermarsi e/o fare dei passi indietro verso la fanciullezza

Educare un preadolescente implica insegnare loro a usare il proprio pensiero, le loro emozioni e il loro comportamento, in modo che siano responsabili di se stessi e sappiano risolvere i problemi che di volta in volta si troveranno ad affrontare nella vita.

Ritengo i seguenti punti le fondamenta educative su cui costruire una sana ed equilibrata crescita per un preadolescente che un educatore dovrebbe sempre tener presente come bussola per orientarsi nel difficile compito educativo a cui è chiamato:

  • educare a pensare;
  • educare all’espressione emotiva;
  • educare alle regole;
  • educare ai valori;
  • educare ad uno stile cooperativo;
  • educare alle capacità critiche, creative e di scelta;
  • educare alla resilienza;
  • educare alla fede.

Queste diverse dimensioni sono quelle che costituiscono una struttura fondamentale della persona. Solo educando a ciascuna di esse ed educando a tutte nella loro interdipendenza è possibile veramente parlare di educazione della persona e dare ad ogni ragazzo che cresce una struttura armonica, che è anche condizione per il suo benessere.

Se l’educazione deve essere un’esperienza forte, intenzionale, dalla quale dipende la qualità della crescita in umanità delle nuove generazioni, occorre che essa sia sostenuta da un progetto esplicito, che è insieme pensiero e decisione, sguardo al futuro e radicamento nel presente. Il termine progetto parla soprattutto della determinazione con cui ci si dispone per raggiungere obiettivi che si hanno a cuore; l’avere un progetto realizza l’intenzionalità che deve contraddistinguere la pratica educativa. Un progetto si qualifica per il suo orientamento ai valori, per i principi fondamentali a cui si ispira, per l’idea di persona che assume; per la coerenza con cui unifica gli aspetti ideali e quelli concreti; per la forza con cui l’idea di persona e i valori di essa ispirano i metodi, gli atteggiamenti quotidiani, le scelte e lo stile delle relazioni. È caratteristico di un progetto educativo ricondurre ad unità i diversi elementi dell’esperienza educativa, in un processo che corrisponde all’unità della persona ed educa a vivere come persone unificate. Essere educatori che assumono con responsabilità questo compito significa in primo luogo dedicarsi alla ricerca e alla elaborazione di un progetto educativo che pensi al futuro guardando all’oggi dei ragazzi.

Educare a pensare, all’espressione emotiva, alle regole, ai valori, ad uno stile cooperativo, allo sviluppo delle capacità critiche, creative e di scelta, alla resilienza e alla fede: un progetto educativo credibile deve oggi dichiarare come intende favorire la maturazione dei ragazzi in ordine a questi aspetti che, come caratterizzano e qualificano la vita di una persona, cosi debbono qualificare i percorsi educativi che ne sostengono la crescita.

In psicologia dell’educazione parliamo di efficacia educativa che avviene principalmente grazie all’autenticità dei rapporti umani ricchi di amorevolezza, sostegno, pazienza e comune ricerca del bene personale e sociale. Sono convinto, inoltre, delle profonde potenzialità insite nei giovani. Il buon clima relazionale della famiglia e dell’ambiente educativo è come una pioggia primaverile che permette al bene di emergere e radicarsi nel fiore della giovinezza.

L’emergenza educativa oggi si pone come la necessità di diventare un vero “ingegnere dei ponti”: persone che sanno costruire ponti di relazioni generazionali e che non permette che qualcosa o qualcun altro costruisca delle mura invece che dei ponti. Si potrebbe riscoprire, nei nostri tempi, la figura tradizionale e significativa di San Cristoforo, che porta sulle spalle un giovanotto, attraversando il fiume, pieno di correnti pericolose: simbolo della preadolescenza. Infatti avere accanto una figura adulta, significativa, amata, impegnata, ma prima di tutto presente (anche fisicamente) esprime probabilmente il vero bisogno di un ragazzo di oggi.

Aiutare un ragazzo nella ricerca dell’identità, della sua individualizzazione e socializzazione contemporaneamente, diventa una sfida per le figure adulte impegnate sia come genitori che come educatori. “Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama” con questa frase Don Bosco, che ripeteva spesso agli educatori ed è valida anche oggi, sottolinea il bisogno dei giovani, educandi e figli, di creare profonde relazioni umane. Si deve evidenziare che alcuni concetti educativi (quelli fondamentali) sono trasversali nel tempo e non hanno confini culturali.

La voglia di saper applicare e trasmettere il bene che gli educatori vogliono dare ai propri ragazzi si può collegare ad un’altra massima di Don Bosco valida ancora oggi per tutti gli educatori: “Non basta che voi amiate i ragazzi, occorre che essi si sentano amati”. Dalle ricerche svolte e dalle osservazioni fatte, emerge che la seconda parte di questa frase, trova diverse difficoltà nella sua applicabilità e forse, anche per questo motivo, parliamo oggi di una vera emergenza educativa. Da un lato ci si preoccupa del futuro delle nuove generazioni, dall’altro ci si preoccupa ancora di più delle “incapacità” delle figure significative degli adulti che non “riescono” a “fare il proprio mestiere”: genitori, insegnanti, educatori e sacerdoti.

Diverse analisi, di carattere sociologico, psicologico, pedagogico e di altro tipo, sottolineano che la difficoltà sta nella consapevolezza di voler essere e saper essere maestri, pastori, padri e madri buoni nei confronti dei propri figli. Vorrei sottolineare personalmente la differenza di significato tra la parola buono e il concetto di saper essere e saper fare il buono. Secondo la mia esperienza risulta che molti adulti trovino difficoltà nell’essere buoni. L’esigere, l’accompagnare, il comprendere, il guidare, il testimoniare sono concetti che non sempre trovano adulti ben disposti ad accoglierli. Il successo educativo dipende dalla qualità degli adulti, specialmente dalla relazione significativa che essi riescono a costruire tra loro e i giovani.

Uno dei compiti essenziali degli educatori di oggi, e contemporaneamente una competenza necessaria da acquisire, consiste nel conoscere e sapere accompagnare l’inevitabile disagio psichico- evolutivo, specialmente nell’età preadolescenziale e adolescenziale. È da sottolineare che questo disagio può, anzi dovrebbe avere un percorso normale con conseguenze positive sia per il giovane che per il suo ambiente educativo di appartenenza. Conoscere le dinamiche che avvengono durante il processo di crescita, leggerne i segnali sia verbali che non che i giovani trasmettono, e intervenire in modo adeguato e consapevole in modo intenzionale, è la sfida e il compito degli educatori di oggi.

BIBLIOGRAFIA

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