Mass-media e condotte aggressive nei giovani

Le complesse sfide che l’educazione contemporanea deve affrontare sono spesso collegate alla diffusa influenza dei media nel nostro mondo. Come aspetto del fenomeno della globalizzazione e facilitati dal rapido sviluppo della tecnologia, i media delineano fortemente l’ambiente culturale”.

Giovanni Paolo II,  2005.

Con il presente articolo si vuole porre l’attenzione sulla relazione tra la condotta aggressiva nei giovani e le scene violente veicolate dai mass media. In modo particolare nel mio intervento mi focalizzerò, allo sviluppo dei comportamenti aggressivi legati principalmente all’uso del mezzo televisivo e dei videogiochi e della forte presenza in essi di contenuti violenti.   Dopo aver analizzato cosa si intende per condotta aggressiva prenderò in considerazione il rapporto tra i giovani e i media violenti evitando di ritenere banale l’affermazione comune dell’influenza di questi sul comportamento aggressivo ma riflettendo sul fenomeno, con l’aiuto di opportune teorie ed individuando piste di interventi e prospettive educative.   

La condotta aggressiva

 Il termine aggressività viene usato per designare una vasta gamma di comportamenti molto diversi tra loro (Marini – Mameli, 2004, 55). L’aggressività quindi non è di per sé né benigna né maligna, né buona né cattiva, ma è una potenzialità che se ben gestita produce adattamento e se mal gestita porta al disadattamento e a condotte devianti dell’individuo. Quindi, nel parlare dell’aggressività bisogna sempre sottolineare che questa ha pur sempre, nelle sue manifestazioni sane, l’intento di fare adattare il soggetto al suo ambiente e di garantirne la sopravvivenza (Masala – Preti – Petretto, 2002, 21). L’aggressività, inoltre, è fortemente legata alle caratteristiche cognitive e socio-affettive dell’individuo in quanto è possibile comprendere il comportamento reattivo di un individuo sulla base delle interpretazioni che egli elabora della realtà circostante e dei vissuti affettivi che egli avverte in quel contesto. Gestire i comportamenti aggressivi comporta, dunque, un processo formativo che come detto precedentemente tenga conto dell’aspetto cognitivo ed affettivo della persona che appaiono inscindibili. Infine, nel comprendere i tipi di aggressività è necessario considerare il comportamento all’interno di uno specifico contesto culturale. Alcuni comportamenti violenti vengono tollerati in alcune società mentre vengono banditi in altri e questo dimostra come il livello di accettazione di certe manifestazioni aggressive cambia in funzione del contesto (Masala – Preti – Petretto, 2002, 33).

Per condotta aggressiva intendiamo un comportamento teso a nuocere intenzionalmente un altro individuo. Per quanto riguarda il comportamento aggressivo, la maggior parte delle teorie sembrano sostenere l’ipotesi di un modellamento sociale nell’emissione di condotte aggressive (Formella – Lo Presti – Ricci, 2008, 20). La persona agirebbe in tal modo dopo aver osservato un altro individuo comportarsi in maniera medesima, ricevendo vantaggi dalla situazione creata (Hewstone – Stroebe, 2002, 315).

Molti giovani riproducono comportamenti e condotte aggressive che sperimentano abitualmente nel loro quotidiano; riproducono in un micro-contesto le regole della vita sociale che gli sono state trasmesse, in modo diretto o indiretto (Bourcet – Tyrode, 2002, 123). Certi comportamenti indisciplinati e/o aggressivi possono risultare da uno stato di carenza affettiva avvertita dai giovani. Questo scaturirebbe, sia da un sentimento di disagio avvertito in famiglia, o nella società in genere, in cui manca al giovane una dimensione soddisfacente di accompagnamento alla crescita (Bourcet – Tyrode, 2002, 124). Nell’emanare una condotta aggressiva è fondamentale la relazione tra le caratteristiche personali dell’individuo, il tipo di condotta che egli mette in atto e l’ambiente. Questa relazione viene definita “determinismo reciproco e triadico” per cui ogni fattore influenza e viene influenzato dagli altri elementi della triade (Bandura, 1986, cit. in Zanetti – Renati, 2007, 41). Se da una parte, gioca un ruolo importante la predisposizione del soggetto a mettere in atto comportamenti aggressivi e l’ambiente in cui egli manifesta il medesimo comportamento, dall’altra parte, sono ulteriormente importanti i meccanismi cognitivi che si mettono in atto nel giustificare la propria condotta. Un bambino, infatti, può decidere di considerare giusta ed accettabile la propria aggressività facendo ricorso a strategie di disimpegno morale (Bandura, 1986, cit. in Zanetti – Renati, 2007, 43). Questi meccanismi, proposti da Bandura con i quali la persona giustifica la propria condotta aggressiva vengono presentati nella seguente tabella.

Tabella: Meccanismi di disimpegno morale di Bandura

GIUSTIFICAZIONE MORALE “I danni arrecati ad altre persone possono essere giustificati facendo appello a scopi altamente morali o a principi superiori”
ETICHETTAMENTO EUFEMISTICO “Ricorso a termini che consentono di rendere più accettabili e rispettabili eventuali ostilità verso altre persone”
CONFRONTO VANTAGGIOSO “Azioni riprovevoli vengono contrastate attraverso il confronto con altre azioni ancora più riprovevoli”
DISLOCAMENTO DELLA RESPONSABILITÀ “Rinviare ad altri la responsabilità delle proprie azioni, offuscando il proprio coinvolgimento personale nella vicenda aggressiva”
DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITÀ “Estensione della responsabilità a una collettività di individui […], così che la colpa di tutti in definitiva risulta di nessuno”
DISTORSIONE DELLE CONSEGUENZE “Negazione o minimizzazione del danno arrecato”
DEUMANIZZAZIONE DELLA VITTIMA “I destinatari delle offese vengono privati della dignità umana e ridotti al rango di cose o animali; viene così meno un qualsiasi sentimento di identificazione, empatia e solidarietà”
ATTRIBUZIONE DI COLPA ALLA VITTIMA “La responsabilità dell’azione aggressiva viene ribaltata sulla vittima, che, per qualche ragione, diventa meritevole dell’aggressione stessa”

 Fonte: Bandura (1986, cit. in Zanetti – Renati, 2007, 41).

Inoltre, alcuni giovani potrebbero sviluppare condotte aggressive perché inseriti in un gruppo dei pari che enfatizza questi atteggiamenti. Inoltre, giovani che sono predisposti all’aggressività saranno maggiormente propensi a ricercare gruppi all’interno del quale proporre il loro stile comportamentale. Infatti, “i bambini che sviluppano stili aggressivi tendono a scegliere attività e compagni che condividono uno stile di comportamento analogo, e quindi le inclinazioni preesistenti si rinforzano reciprocamente” (Bandura, 2000, 232).

In sintesi, Bandura, ritiene che ai fini della comprensione delle condotte aggressive sia necessario tener presente le seguenti variabili:

  • Le variabili relative all’aggressore, e quindi le sue precedenti esperienze, il modo in cui la situazione viene percepita, l’abitudine alla risposta aggressiva.
  • I processi di acquisizione di modelli e norme culturali favorevoli o meno all’espressione di aggressività: modelli tipici della famiglia o del gruppo di riferimento appresi soprattutto tramite l’imitazione, norme di carattere generale, stereotipi, ed altri schemi mentali acquisiti per esempio dai mass media.
  • Le variabili relative allo stimolo che incita al comportamento aggressivo e alla specifica situazione in cui l’aggressione si verifica.
  • Le variabili che contribuiscono a rinforzare il comportamento appreso e a mantenerlo quindi nel repertorio comportamentale del soggetto.

Ad ogni modo, un’aggressività ben gestita e adeguatamente canalizzata rimane comunque una risorsa individuale importante in quanto permette all’individuo di affermare sé stesso ed incrementare il proprio sentimento di autoefficacia, tramite condotte aggressive socialmente adattive (Smorti, 2001, 267).

Mass-media e condotte aggressive 

Spostando l’attenzione al livello macrosistemico, oltre a valori e messaggi scorretti che possono essere trasmessi nel contesto sociale e che legittimano l’aggressività e la sopraffazione come strumento per l’affermazione e la competizione, anche le nuove tecnologie, possono costituire fattori di rischio. Tuttavia, e bene sottolineare che i mezzi di comunicazione di massa, non sono da demonizzare perché attraverso di essi i giovani sono esposti ad una grande quantità di stimoli, di cui alcuni molto utili, che favoriscono l’accelerazione del loro sviluppo mentale e sociale. Questi mezzi possono efficacemente integrare, attraverso immagini e suoni, gli insegnamenti che vengono impartiti verbalmente dai genitori e dagli insegnanti e proporre e rinforzare valori positivi.

L’aspetto negativo dei mezzi di comunicazione di massa utilizzati dai giovani è che essi impegnano in una attività passiva, che tende a sostituire il fare con il guardare, nel senso che il soggetto osserva dall’esterno il mondo degli altri, un mondo in cui lui non partecipa in prima persona. Ad esempio la televisione, essendo molto suggestiva, può avere un effetto quasi ipnotico, estraniando lo spettatore da sé stesso; se lo spettatore è un bambino la cui consapevolezza di sé non è ancora pienamente sviluppata, può essere letteralmente sommerso dalla propria immaginazione, stimolata da ciò che trasmette la televisione, senza potersi difendere, dal momento che non ha ancora sviluppato un sufficiente spirito critico.

Negli ultimi decenni l’uso delle nuove tecnologie ha trovato sempre più ampia diffusione tra i bambini e i ragazzi. In Italia, i ragazzi guardano la televisione in media due ore e mezza al giorno, con punte fino a cinque ore (Buzzi – Cavalli – De Lillo, 2007, 303). L’aspetto negativo di questo dato sta nel fatto che viene dedicato un tempo inferiore al gioco, che è una opportunità di socializzazione all’interno del gruppo dei pari e di formare la propria personalità, e allo studio e alla lettura che sono mezzi per esercitare le proprie potenzialità cognitive.

Quello del rapporto tra violenza rappresentata in TV e minori, è un argomento che interessa e coinvolge da circa un cinquantennio studiosi appartenenti a diversi ambiti disciplinari delle scienze sociali.

Il problema sembra non perdere di attualità e riproporsi, parallelamente alla frenetica espansione dell’industria televisiva e mass-mediologica, in maniera sempre più pressante. Negli ultimi decenni si sono moltiplicate diverse tecnologie sempre più sofisticate tra le quali videogiochi, telefonini, internet. Molti ragazzi vivono completamente immersi nel mondo dei vecchie nuovi media sempre più spesso in correlazione tra loro. Ci troviamo di fronte ad una nuova generazione cresciuta davanti al televisore, capace di usare le nuove tecnologie che spesso trovano impreparati i genitori stessi che hanno acquistato e rese fruibili queste tecnologie.

In realtà le ricerche scientifiche mirate a chiarire i rapporti esistenti tra comportamento aggressivo e fruizione delle diverse tecnologie non sono pervenute a risultati univoci e concordi. La ragione di questa difficoltà a fornire indicazioni chiare risiede nella complessità sia delle condotte aggressive, influenzate da fattori di rischio a diverso livello e da diversi meccanismi psicologici, sia di questi strumenti tecnologici e mass-mediali, distinti tra loro da caratteristiche formali differenti (Buccoliero – Maggi, 2008, 42).

Fondamentalmente, ai programmi televisivi e ai nuovi media violenti viene imputato di indurre nei giovani una serie di comportamenti antisociali, spesso per un meccanismo di semplice imitazione (Fedeli, 2007, 125).

Ci possono essere pochi dubbi che la visione della violenza in televisione possa condurre alla pratica di aggressione contro gli altri (Eron et al., 1972, 253) e che l’esposizione non regolata alla violenza mostrata in una luce attraente possa giocare una parte nello sviluppo di una condotta aggressiva da parte dei giovani. E’ facile immaginare come i programmi che glorificano la violenza, per quanto sciocca possa essere, potrebbero spingere alcuni soggetti a cercare individui più deboli per far loro del male. All’influenza di questi programmi televisivi dovremmo aggiungere i video musicali ed alcuni videogames violenti.

Focalizzando l’attenzione su televisione e videogiochi, due delle tecnologie di intrattenimento più diffuse tra i giovani e che rappresentano una parte importante della loro esperienza quotidiana, andiamo ad analizzare quale relazione esista tra l’uso di questi strumenti e la condotta aggressiva.

La televisione propone numerosi contenuti violenti, riportati con modalità più o meno realistiche nei programmi televisivi con attori veri e con personaggi a cartone animato. La frequenza di contenuti e di messaggi violenti proposti è anche superiore rispetto alla violenza presente nella vita quotidiana. La televisione, quindi, offre una rappresentazione della realtà non veritiera e distorta, che può comunque apparire credibile ai più giovani (D’Alessio – De Stasio, 2005, 79).

La tendenza ad inserire scene aggressive, realisticamente o umoristicamente costruite, nei programmi televisivi è motivata da desiderio di avvicinare lo spettatore, senza valutare che queste trasmissioni possono nei fatti comunicare l’idea che la violenza sia legittima. Possono accrescere l’eccitazione emotiva dello spettatore e rendere meno sensibile agli esiti drammatici delle aggressioni, favorendo l’apprendimento e la messa in atto di comportamenti simili (Buccoliero – Maggi, 2008, 46). In ogni caso i bambini possono apprendere comportamenti aggressivi osservando modelli televisivi, allo stesso modo in cui li possono imparare da modelli reali (D’Alessio – De Stasio, 2005, 80).

Tra i più importanti lavori di sintesi che hanno fornito dati indicativi al riguardo, sicuramente spicca lo studio di Comstock (1978), in cui vengono prese in considerazione circa 700 ricerche sociopsicologiche degli anni Sessanta e Settanta. Le conclusioni che ritengo ancora efficaci sono che:

  • esiste una relazione fra esposizione alla violenza e comportamenti aggressivi;
  • i bambini più piccoli possono apprendere nuovi comportamenti aggressivi anche da una sola esposizione ad un breve messaggio simbolico;
  • l’esposizione a raffigurazioni televisive di violenza può disinibire o facilitare comportamenti aggressivi già appresi;
  • quando la violenza è presentata come comportamento punito, l’aggressività tende ad essere inibita; quando, invece, è presentata come compensata, giustificata, effettuata da un eroe positivo, o quando non comporta conseguenze (caratteristiche, queste, tutte comuni alla programmazione televisiva), si accresce la possibilità di successivi comportamenti aggressivi;
  • i bambini e gli adolescenti sono particolarmente influenzati dalla violenza televisiva;
  • una forte esposizione a messaggi televisivi violenti può comprensibilmente desensibilizzare i bambini rispetto alle conseguenze negative della violenza nella vita reale;
  • gli effetti del messaggio televisivo violento possono essere in qualche misura moderati da commenti e osservazioni di adulti che guardano il programma insieme al bambino.

In un altro studio (Belson, 1978) effettuato su 1500 maschi londinesi di età tra i 12 e i 17 anni, le conclusioni sono state che i maschi che consumano una maggiore quantità di tv violenta sono anche quelli che commettono un maggior numero di atti sociali pericolosi e criminali. L’esposizione alla violenza contenuta in fumetti e film è correlata positivamente con atti di grande e piccola gravità, mentre l’esposizione a contenuti violenti nei giornali è associata con atti di minore gravità. L’aggressività nello sport e l’uso di linguaggio improprio sono associati con la più alta esposizione alla tv violenta. Inoltre, risulta che la violenza interpersonale è favorita da quelle trasmissioni dominate da rapporti personali stretti e in cui si fa uso di violenza verbale e fisica, da rappresentazioni realistiche di violenza fittizia, dalla rappresentazione della violenza fine a se stessa, e dalla rappresentazione della violenza adoperata per un buon fine.

I cartoni animati e i personaggi fantastici risultano esercitare una forte influenza sul comportamento, in contrasto tra l’altro con la convinzione secondo cui questi effetti siano inesistenti perché non realistici.

Molto stretta è risultata anche la relazione tra programmi a contenuto erotico-violento e il comportamento aggressivo. Inoltre, gli episodi di violenza giustificata risultano avere un’influenza maggiore rispetto ad atti violenti ingiustificati.

Esiste una stretta relazione tra l’esposizione alla violenza televisiva e il comportamento aggressivo e antisociale manifestato dagli spettatori (Paik – Comstock, 1994).

I bambini e gli adolescenti, che assistono a molti episodi di violenza davanti alla tv o al cinema, spesso diventano più aggressivi e mostrano meno empatia verso le vittime dell’aggressione (Pearl et al., 1982).

Si è visto come bambini e ragazzi, iperstimolati dall’esposizione mediatica, o, al contrario ragazzi lasciati liberi di gestire in autonomia il proprio tempo libero assumono spesso comportamenti di arroganza verso gli adulti, sono facilmente coinvolti in condotte aggressive e mostrano particolare interesse e attrazione verso giochi e filmati violenti. I bambini e ragazzi più irrequieti e più portati a reagire con aggressioni fisiche o verbali alle minime provocazioni dei compagni, sono spesso più attratti dei coetanei all’utilizzo di forme medianiche violente (Facchinetti, 2007, 165).

I giovani che in qualche misura sono maggiormente sensibili alle emozioni di collera, di rabbia e di odio, più facilmente di altri sono attratti da immagini violente; la cui visione stimola e rinforza le loro emozioni, creando un circolo vizioso a volte difficile da interrompere. In questi ragazzi emozioni di tenerezza e contatto affettivo risultano evitate e se accettate, vissute con disagio e vergogna (Facchinetti, 2007, 166).

Le influenze sul comportamento aggressivo esercitate dai contenuti violenti fruibili attraverso televisione e videogiochi sono però alle volte filtrati dagli apporti educativi dei contesti a livello microsistemico. Infatti, l’esposizione ai media avviene in massima parte all’interno della famiglia che può selezionare la loro utilizzazione e, attraverso il dialogo, aiutarlo ad interpretare i messaggi proposti dai media e dalle tecnologie di intrattenimento (Buccoliero – Maggi, 2008, 45).

In sintesi l’emergenza e l’apprendimento dei comportamenti aggressivi non sono esclusivamente riconducibili alle influenze di un solo fattore, quanto alle interazioni di fattori di rischio di diverso livello che operano in sinergia tra loro. L’esposizione ai messaggi violenti dei media, pertanto, costituisce solo uno dei potenziali elementi influenti sulla condotta individuale e non la causa prima o preminente della condotta violenta nell’infanzia e nell’adolescenza.

Raccogliere la sfida educativa 

A livello educativo è necessario un maggiore monitoraggio, ed una educazione ad un uso consapevole degli strumenti tecnologici da parte delle giovani generazioni. All’interno dei percorsi educativi potrebbe, ad esempio, essere opportuno prevedere momenti di confronto e discussione sui problemi connessi all’utilizzo scorretto di questi strumenti, introducendo per tempo l’argomento attraverso attività pratiche e giochi di ruolo (Formella – Lo Presti – Ricci, 2008, 71). Una educazione a un corretto uso dei media suggerisce:

  • ridurre la quantità di violenza vista o sperimentata dai giovani nei diversi momenti della loro vita;
  • aumentare il controllo su ciò che i ragazzi vedono e su come trascorrono il loro tempo, in particolare quello davanti alle nuove tecnologie;
  • aumentare le attività e le esperienze di socializzazione positiva (attività sportiva, associazionismo, volontariato, ecc.);
  • guidarli ad un uso consapevole e critico dei media, facendo comprendere le molte significative differenze tra mondo virtuale e mondo reale (Facchinetti, 2007, 166).

Un autorevole richiamo educativo all’uso dei media è stato fatto attraverso l’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II sui compiti della famiglia cristiana: “il dovere di proteggere specialmente i bambini e i ragazzi dalle aggressioni che subiscono dai mass media, procurando che l’uso di questi in famiglia sia accuratamente regolato. Così pure dovrebbe stare altrettanto a cuore alla famiglia cercare, per i propri figli, anche altri diversivi più sani, più utili e formativi fisicamente, moralmente e spiritualmente, per potenziare e valorizzare il tempo libero dei ragazzi e indirizzarne le energie” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 76).

Abbiamo detto come i giovani spettatori imitano i comportamenti devianti osservati. Si tratta del cosiddetto rischio di emulazione. Tuttavia, questa spiegazione è valida solo se lo spettatore è già predisposto a commettere atti devianti. Infatti, un modello negativo può offrirci una modalità di espressione della nostra aggressività dicendoci cosa fare, ma non può darci la motivazione a comportarci in modo antisociale ossia il perché della condotta. Quindi assistiamo ad un “rinforzo vicario”, ovvero, esso è il premio che il modello osservato riceve a seguito del suo comportamento. Chi osserva, allora, sarà molto probabilmente motivato a imitare quel comportamento, al fine di ricevere lo stesso rinforzo (Fedeli, 2007, 126). Pertanto da un punto di vista educativo, piuttosto che preoccuparci della semplice presenza di modelli aggressivi nei mezzi mediali, dovremmo porre l’attenzione come educatori, che questi modelli non ricevano dei rinforzi positivi per la loro aggressività.

Inoltre la continua sovraesposizione a programmi violenti induce soprattutto come già visto nei giovani spettatori dei valori distorti. Il comportamento aggressivo viene giudicato positivamente, come un mezzo per risolvere i problemi o soddisfare i propri bisogni (Fedeli, 2007, 126). Sarà compito degli educatori presentare interventi educativi che propongano valori positivi, saper gestire positivamente le relazioni in modo cooperativo e, inoltre, saper gestire positivamente anche gli eventuali conflitti.

Come detto in precedenza, potrebbe verificarsi un effetto di desensibilizzazione. Lo spettatore, cioè, è così abituato a vedere gravi atti violenti, che considera normali o comunque tollerabili le forme di aggressività quotidiana che si incontrano. In altri termini si alza il livello di tolleranza (Fedeli, 2007, 126).

Infine, la ricezione di continui messaggi violenti può determinare nei bambini e nei ragazzi uno stato di ansia costante, che lo porta a percepire il mondo come un luogo particolarmente minaccioso. Per difendersi da questi pericoli, allora, è possibile che il soggetto incrementi il ricorso a comportamenti aggressivi di tipo difensivo, anche laddove non è presente alcuna minaccia reale. Si verifica cioè una distorsione percettiva (Fedeli, 2007, 127). Compito educativo è dato dal riportare i dati di realtà, contestualizzarli, rassicurando il soggetto, favorire un ambiente sereno ed accogliente ridimensionando così il suo stato ansioso.

Inoltre è importante valutare come i fattori principali che spiegano la comparsa di una tendenza all’aggressività è preesistente all’utilizzo di media e nuove tecnologie di contenuto violento, pertanto, devono essere ricercati in elementi differenti, principalmente riconducibili alle caratteristiche dei contesti di sviluppo dei bambini, alle caratteristiche della loro personalità, più che nella disponibilità delle nuove tecnologie. In questo caso i fattori legati all’uso dei media sembrano avere un impatto aspecifico, sulle condotte aggressive.

E’ opportuno tenere presente anche le motivazioni che spingono i ragazzi a utilizzare i media, sfruttando appieno le potenzialità comunicative degli stessi, possono essere varie, ma sono sempre coerenti e in sintonia con le caratteristiche e le tendenze del periodo adolescenziale; la curiosità, la voglia di sperimentarsi, il desiderio di mettersi in mostra, la ricerca di nuove amicizie o di incontri occasionali, il fascino dell’ignoto, il sogno di superare i propri limitati confini, la voglia di sfidare il pericolo, la trasgressione delle regole degli adulti.

La televisione non dovrebbe distogliere i ragazzi dalla attività più importanti della giornata, non dovrebbe sconvolgere gli orari dei pasti o del sonno, non dovrebbe esporli ad immagini che possano turbarli, perché potrebbero interferire negativamente sul normale processo di sviluppo. Inoltre non dovrebbe essere vista nella propria camera o mentre si svolgono i compiti, bisognerebbe stabilire un limite di tempo e discutere la scelta dei programmi in presenza di adulti.

Concludendo il discorso sugli agenti sociali che influenzano e determinano il comportamento aggressivo, si rileva che c’è una interdipendenza tra famiglia, coetanei, scuola e mass media che non deve essere trascurata. Sembra plausibile considerare un approccio che spieghi le condotte aggressive attraverso un modello cumulativo di fattori di rischio. In altri termini, ciò che conta non è tanto la specificità di singoli fattori, quanto la loro combinazione ed il crescere del loro numero.

Ritengo fondamentale e necessario valutare e intervenire modificando l’insieme di variabili di rischio per facilitare condotte socialmente adeguate. Infatti, spesso il focus dei programmi educativi si limita ai fattori di rischio, che tuttavia risultano generalmente molto difficili da eliminare nella loro totalità. Viceversa, il potenziamento dei fattori di protezione può ridurre grandemente l’impatto dei processi patogeni e, soprattutto, agire in senso preventivo.

Se infatti lo scopo e l’interesse di chi gestisce società televisive, oppure multinazionali produttrici di videogiochi e quello di promuovere e vendere i prodotti, lo scopo e l’interesse degli educatori e il benessere psico-fisico dei giovani e la loro sana ed equilibrata crescita umana.

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