Separati, ma sempre genitori

Quando una famiglia si spezza solitamente tutti hanno delle difficoltà. La separazione e il divorzio sono sempre un processo doloroso per tutti coloro che vi sono coinvolti. In genere sono maggiormente colpiti da ciò i figli che non hanno diritto di parola nella decisione. Molte persone hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti e la reazione di ognuno a questa rottura può essere molto diversa. Di solito la separazione non è mai una soluzione concordata, raggiunta tranquillamente, preparata. Sono poche le cosiddette “consensuali”. Piuttosto capita che si arrivi alla separazione dopo un periodo più o meno lungo, di conflitti aperti, di scontri, di litigi infiniti che tristemente coinvolgono in modo diretto i figli spettatori passivi. Diverse coppie ormai devastate da sentimenti ostili, accecate dalla rabbia e sconvolte da un terremoto di emozioni non si accorgono di ciò che succede da un punto di vista psicologico ai figli. Separarsi male può rivelarsi lacerante soprattutto per i figli. Questi, infatti, devono essere rassicurati che, anche se il papà e la mamma decidono di non stare più insieme, vorranno sempre bene ai figli e si occuperanno di loro per tutte le necessità.  La presenza dei figli richiama i genitori a confrontarsi sul modo di affrontare il passaggio della separazione. È un compito delicato prepararli al nuovo stile di vita, cercando di non aggravare la già difficile situazione. I figli, si aspettano genitori responsabili, presenze costanti e rassicuranti per sedare la paura di essere abbandonati e i sensi di colpa che li può far sentire responsabili della separazione dei genitori.

 Educare insieme genitori per sempre

La responsabilità educativa dei genitori si fonda, si qualifica e si gioca nella differenza sessuale, risorsa insostituibile nel “gioco delle relazioni identitarie e di cura”, non solo nei primi anni di vita, ma per tutta la costruzione dell’identità adulta. Si educa in due, nell’alleanza tra padre e madre. Questa alleanza viene spesso sfidata e minata quando la relazione di coppia si rompe, e i genitori si separano. Molto spesso si assiste proprio ad una separazione non solo coniugale ma genitoriale, ma mentre la separazione coniugale è prevista quella genitoriale no. Da genitori non ci si separa!

Questa complessità relazionale delle famiglie in vario modo separate interessa milioni di padri, madri, figli e figlie; essa esige un particolare sforzo di elaborazione culturale, sociale e normativa, perché insieme al legame di coppia non venga spezzato l’irriducibile diritto dei figli al legame educativo con i propri genitori. Inoltre non si può dare per scontato, oggi, che questa corresponsabilità educativa della coppia genitoriale sia davvero garantita in modo appropriato nelle coppie che vivono situazioni conflittuali e che troppo spesso scaricano sui figli questioni irrisolte adulte.

Lo stile educativo di una famiglia dovrebbe, in egual modo, essere caratterizzato dalla personalità, dalle doti e dalla sensibilità educativa di entrambi i genitori, alla condizione che abbiano sviluppato una buona capacità di dialogo e scambio reciproco all’interno della coppia. Diversamente, l’azione educativa sarà caratterizzata dalle doti positive e dai limiti del genitore più vicino ai figli nei rapporti quotidiani.

Una delle condizioni indispensabili affinché il processo educativo venga a realizzarsi con efficacia è rappresentata dall’unitarietà e dalla coesione educativa, ossia dalla capacità dei genitori di mantenersi uniti e concordi nella gestione della relazione educativa.

Si tratta allora di dedicare molto tempo alla costruzione della sintonia educativa da parte dei genitori, ossia al riservare energie sufficienti al reciproco confronto sulle questioni relative all’educazione dei figli, condividendo aspettative, convinzioni, paure, ecc. e decidendo assieme nell’ottica educativa in base a quali regole, atteggiamenti e prospettive impostare la relazione con i figli. Essendo spinti dal medesimo valore (l’amore per i figli), i genitori sono legati dal desiderio di agire per il bene dei figli: la condivisione di questo ideale costituisce, infatti, il cuore dell’alleanza educativa fra padre e madre e crea una solida base di fiducia reciproca necessaria alla collaborazione. Tutto questo a prima vista pare semplice e ovvio, ma spesso è proprio questo che crea le principali difficoltà ai divorziati, e non senza motivo. Quando si cerca per anni di esercitare una certa influenza su un’altra persona, di modificarne alcuni aspetti perché la coppia possa funzionare, non è facile smettere di farlo dall’oggi al domani.

Risulta particolarmente difficile se si tiene conto che il partner di un tempo rimarrà, insieme a noi, la persona più importante nella vita dei figli. Bisogna affidare i figli a una persona che probabilmente si è vissuta nella quotidianità come una personalità distruttiva. È importante quindi che ciascuno si tenga fuori dalla vita dell’ex compagno. Questo comporta anche assumersi la responsabilità del proprio fallimento. Bisogna riconoscere di non essere riusciti a influenzare il rapporto in modo da farne un’unione armoniosa e felice: per molti è un’ammissione difficile, soprattutto nei primi anni dopo la separazione, quando si tende a focalizzarsi sulle manchevolezze e sugli errori dell’altro.

In parecchi casi il supporto psicologico a una coppia che si separa ha la funzione di aiutare a trovare soluzioni adeguate perché ciò che avviene possa essere un passaggio il meno lacerante possibile per tutti.

In particolare questo aiuto dovrebbe favorire la consapevolezza che si può finire di essere coppia ma non di essere genitori. I figli hanno bisogno di sapere che noi continuiamo ad esserci per loro, che continuiamo a fare il padre e la madre anche quando la famiglia non sarà più unita. In molti casi non vi sono altre soluzioni: la separazione e l’unica via d’uscita. È illusorio pensare, come fanno molti, che si assolve la funzione genitoriale solamente restando in famiglia. Quando lo spazio tra i coniugi è diventato ormai una voragine profonda e incolmabile, quando la coppia non ha più nulla da dirsi, quando il clima affettivo è arido o, peggio ancora, distruttivo e violento, non serve restare testardamente uniti per “garantire” un’illusoria famiglia che di fatto non esiste più. Essere genitori vuol dire sapersi assumere le proprie responsabilità. Ci si può separare, ma i figli resteranno legati all’altro genitore per il resto della loro vita, e in fondo la responsabilità di questo è nostra e solo nostra. Vuol dire rimanere in carica anche se come coppia abbiamo fallito. Si resta genitori sempre!

È possibile continuare ad esserlo. Ma è necessario saper mediare. I figli stanno in mezzo, sia nel bene che nel male. E una coppia che ha deciso di attraversare il deserto della separazione, e intraprendere il viaggio duro del distacco, ha ancora un compito, impegnativo, solitamente difficile e terribilmente serio: trovare un terreno comune dove incontrarsi.

Questo luogo è costituito dalle necessità dei figli, dalla loro crescita, dai loro progetti. Se c’è una cosa deleteria e distruttiva come poche altre e tirarli per la giacca, imporre loro i rancori della coppia le infiniti liti. Ma nemmeno si fa un buon servizio ai figli se si rimane insieme per il loro bene fingendo di essere ancora una famiglia. L’infelicità coniugale, di entrambi o anche di uno solo dei due, è una moneta che alla fine non paga nessuno.

Probabilmente la vicenda dolorosa della separazione ha bisogno di essere trasformata. Metabolizzata. La coppia che si separa ha la necessità di uscire dalla logica del “deciderà il giudice”. Ha bisogno di recuperare, seppure con una fatica riconoscibile, le proprie responsabilità e la capacità di decidere, di pensare e di intendersi sul futuro dei figli. Si tratta di assicurare il loro diritto di crescere e di rispettarne bisogni ed esigenze. Si tratta di trovare accordi, stabilire intese continuando a fare progetti insieme a loro.

È un percorso alternativo, per certi versi nuovo quello che la coppia deve compiere. Un percorso assistito che viene definito: mediazione familiare. La mediazione non è una terapia di coppia, ma uno spazio di incontro dove, deposte le armi, si prova insieme a riorganizzare l’universo delle relazioni devastate sia dalle battaglie dei protagonisti in campo che dall’angoscia per le perdite subite a vario titolo.

Uno spazio dove è possibile recuperare le forze per affrontare il disordine, uscire dall’impasse delle rivendicazioni e trovare strumenti di cooperazione nell’esclusivo interesse dei figli. Farsi aiutare dai mediatori familiari significa impedire che la bufera travolga i naviganti e assicurare che ancora, e nonostante tutto, ci sia qualcuno al timone.

 Le relazioni familiari in situazioni difficili

Crescere è faticoso, ma educare lo è ancora di più, lo sanno bene i genitori che quotidianamente portano avanti il loro compito educativo. L’educazione dei figli è un’arte in cui insegnare e imparare procedono di pari passo, è un’occasione di crescita non solo per i figli, ma anche per i genitori. Un progetto educativo sano rispetta la natura profonda dei figli, cogliendoli nella loro unicità e irripetibilità. Educare significa aiutarli a diventare ciò che sono, creando un terreno fertile affinché le loro potenzialità possano esprimersi al meglio, diventando promotori e non censori della natura che intimamente è in loro (Toller, 2010, 85). L’educazione è tale quando produce cambiamenti e novità nella vita quotidiana delle persone coinvolte, facendo superare ciò che è stato e non potrà più essere, con un’apertura al futuro e un’ottica di progetto.

Parlare di famiglia oggi vuol dire entrare in una logica di complessità, sfida, impegno concreto degli adulti, che devono essere in grado di lasciare un segno e generare nel tempo lo sviluppo di personalità mature nei figli.

È una logica di complessità perché l’essere umano (bambino o adulto che sia) e il contesto in cui si muove sono in una relazione di continua reciprocità. Crescere ed educare i figli non significa agire, in maniera diretta e lineare, producendo specifici risultati di comportamento, ma vuol dire fornire un contesto favorevole, fatto di relazioni affettive e regolative capaci di sostenere e accompagnare il cambiamento e lo sviluppo dei figli. Più promuoviamo intorno al bambino un ambiente sano, più avremo a che fare con un bambino sano.

È nella famiglia che il figlio struttura la sua personalità ed apprende i primi e fondamentali modelli comportamentali, valoriali, relazionali, che tenderà a riprodurre negli anni futuri. Nel contesto familiare, che per il bambino nei primissimi anni di vita rappresenta il mondo intero e l’unica vera realtà, s’impara a gestire i conflitti, esprimere i sentimenti, vivere le emozioni, affrontare le difficoltà, accogliere gli altri e cosi via. È all’interno delle mura domestiche che un bambino impara il valore della solidarietà, l’onestà, la testimonianza, la lealtà, la sfrontatezza, l’orgoglio, il malumore, il benessere. Tutto avviene, volenti o nolenti, dentro la famiglia, incubatrice di future personalità resilienti e coriacee o di soggetti fragili e disorientati.

Educare un bambino significa mettersi in gioco completamente e onestamente, essere disposti a rivedere i propri programmi, avere fiducia nella propria azione educativa e dar fiducia ai bambini rispetto al loro percorso di crescita, per costruire attimo per attimo la vita relazionale nella famiglia con tutti coloro che vi partecipano.

Dare fiducia ai figli, riconoscere il loro essere soggetti attivi, rispettare i loro ritmi e, più in generale, il loro essere, costituisce un contesto favorevole alla crescita.

Un figlio va accettato e scelto così com’è, al di là dei nostri sogni, delle nostre immaginazioni, dei nostri desideri. Quanti genitori hanno continuato ad amare il figlio “sognato” dimenticando di amare quello “reale”, in carne e ossa, che stava davanti a loro.

In altre parole la sfida dell’essere genitori oggi risiede proprio nel riconoscere progressivamente il figlio come altro da sé, con sue caratteristiche e un suo destino, come appartenente a una nuova generazione familiare e sociale che si affaccia nel panorama della storia. Ciò implica il recupero di quella distanza vitale tra l’adulto e il figlio (che non è certo lontananza psicologica) che permette al primo di assumere pienamente la propria responsabilità nei confronti del figlio e di svolgere quella funzione di guida e orientamento che sono intrinseci alla funzione genitoriale.

L’uomo è un essere relazionale. Egli di fatto nasce, cresce e si sviluppa solo se è in relazione con altri. Infatti ciascuno di noi, fin dai primi anni di vita, sperimenta il rapporto con gli altri e in particolare con i propri genitori come spazio nel quale lentamente si delinea e viene riconosciuta la nostra peculiare differenza, la nostra irripetibile individualità. La relazione con l’altro è un luogo esistenziale ed educativo molto importante; si svela come un “bene” il cui valore è inestimabile, cioè una dimensione indispensabile che permette all’uomo di mettersi in rapporto con sé, con gli altri, con il mondo e con Dio. Si può dire che la famiglia è uno spazio relazionale vitale e fondamentale per l’essere umano.

Per questo l’amore che educa sa stabilire una relazione, un legame che toglie le persone dalla reciproca indifferenza  e le fa esistere l’una per l’altra. Nella relazione l’adulto mette tutto se stesso, la sua esperienza, la sua persona, le sue conoscenze; questo lo rende autorevole, credibile, in grado di sostenere la crescita dell’altro.

I figli hanno bisogno di interiorizzare, attraverso i genitori, sicurezza, vicinanza, regole, affetti e valori importanti per la loro crescita. La genitorialità, ossia, la competenza e la responsabilità di accompagnare i figli dalla dipendenza totale all’autonomia passa soprattutto attraverso l’ascolto profondo delle esigenze del bambino per insegnargli gradualmente a sentirle, individuarle correttamente, esprimerle, modularle e padroneggiarle, affinché da adulto possa diventare il protagonista della propria vita.

L’intesa fra i genitori, dunque, è un impegno che accompagna tutto il percorso educativo dei figli. Essa è, peraltro, inevitabilmente legata alla relazione di coppia, cioè alla qualità di tale relazione: è naturale che riesca più facile raggiungere l’intesa educativa a due genitori che vivono una felice relazione di coppia rispetto a due genitori con una relazione conflittuale, o in crisi, o separati.

In questi casi, non solo risulta più problematico intendersi, ma si corre il rischio, anche se involontariamente, di utilizzare i figli come espediente nel conflitto di coppia, di servirsi di loro per colpire il coniuge con cui si è in contrasto, aggiungendo sofferenza a sofferenza e condizionando pesantemente la crescita dei figli.

Anche se vivono una relazione in crisi o sono separati, due genitori responsabili dovrebbero distinguere la relazione di coppia da quella genitoriale e sforzarsi di trovare un accordo come genitori, anche se non hanno più intesa come coniugi.

Si dovrebbe soprattutto evitare di mettere in cattiva luce il coniuge agli occhi dei figli o spingere i figli a schierarsi contro il padre o la madre.

I figli hanno il diritto di restare estranei ai conflitti di coppia dei genitori, anche se chiaramente ne soffrono; hanno il diritto di voler bene liberamente a ciascun genitore senza sentirsi condizionati dall’altro; hanno il diritto di ricevere un’educazione finalizzata al loro bene e perciò frutto della maggiore intesa possibile fra i genitori, anche se divisi.

Saper riconoscere questi diritti dei figli, da parte dei genitori che non sono più coniugalmente uniti, è forse l’espressione più matura dell’amore paterno e materno quando viene meno il legame coniugale.

Partendo dal presupposto che un bambino può essere paragonato ad una spugna in grado di assorbire qualsiasi odore emotivo, affettivo, relazionale, cognitivo, e che la capacità di assorbimento è inversamente proporzionale ai mesi di vita dell’infante (tanto da prestare particolare attenzione proprio al periodo intrauterino), il contesto di vita familiare può rappresentare, se efficacemente monitorato, un giardino paradisiaco o, in caso di trascuratezza e scarsa attenzione, una discarica a cielo aperto.

Nella propria famiglia, e attraverso la testimonianza di chi gli è accanto, un bambino apprende i rudimenti dell’educazione morale, religiosa, legale, emotiva, sperimentandone progressivamente le modalità e intuendo criticamente gli assunti di base. Nell’intreccio delle relazioni familiari, un bambino impara cosa significa diventare uomo.

Le reazioni psicologiche dei figli alla separazione dei genitori

Assistere alla disgregazione della famiglia, vedere la frantumazione della coppia genitoriale non è un’esperienza da poco da un punto di vista psicologico per i figli.

Sono pochi i figli che desiderano la separazione dei genitori. Ciò accade quando le violenze e i litigi sono continui e i figli abbastanza grandi da capire che non c’è altra via d’uscita. In certi casi sono i figli stessi a suggerire ai genitori di separarsi. In tutti gli altri casi i figli subiscono la scelta degli adulti soprattutto se uno dei genitori è difficilmente raggiungibile; se le ostilità continuano e se sono strumentalizzati come portatori di messaggi sgradevoli, istigati contro l’uno o l’altro genitore, possono soffrire, vivere sentimenti d’ansia, di colpa, di vergogna, fare tentativi per rimettere insieme papà e mamma, cercare di proteggerli, di risolvere i loro problemi. Tutto questo causa non poche problematiche nello sviluppo sano ed armonico della personalità che avranno ripercussioni nella crescita verso l’età adulta.

Di fronte alla separazione ognuno reagisce come può. I figli hanno reazioni diverse a seconda dell’età in cui si trovano. Bisogna conoscerle. I più piccoli risultano più turbati, reagiscono con sentimenti di rabbia crescente, paura e spesso profonda tristezza. In molti casi si attribuiscono la colpa. Pensando di essere loro la causa della separazione. I maschi si mostrano più preoccupati delle femmine e divengono più aggressivi all’idea che il papà e la mamma stiano per dividersi. Le femmine reagiscono cercando di diventare grandi in fretta e comportandosi in modo “adultizzato”, quasi a dover sostituire i loro genitori che stanno trascurando la loro funzione.

Nei bambini, di solito, è presente una paura latente di poter essere abbandonati. Il divorzio rende reale e tangibile questa paura. L’intensità dell’emozione varia, però, in rapporto alle azioni e reazioni dei grandi. È massima quando vi è una forte conflittualità e i genitori non comunicano ai figli la loro decisione, non li rassicurano sul fatto che continueranno a vederli, mostrando così di non avere il controllo della situazione.

Non di rado i bambini in età prescolare regrediscono a forme di comportamento infantili: riprendono a succhiarsi il dito o a fare la pipì a letto di notte. Spesso accusano incubi notturni e mostrano un’ansia acuta che nasce dalla paura di essere abbandonati, soprattutto quando un genitore se ne va d’improvviso.

In età scolare le reazioni alla separazione possono essere diverse ma altrettanto consistenti. In questa fase i bambini nutrono di frequente sentimenti di rabbia per i genitori e tendono a dare tutta la colpa a uno dei due, solitamente a chi rimane con loro.

Bambini contesi, costretti a rimanere fermi, in una posizione d’equidistanza, con legami affettivi così tesi che vivono in uno stato continuo d’allerta, in guardia per non deludere nessuno dei due genitori, ma in un continuo rischio di frantumazione. Altri bambini non possono esprimere quello che pensano e sentono e ne tanto meno dare giudizi, convinti che possono provocare danni ulteriori nelle relazioni con i genitori.

Alcuni bambini manifestano fantasie di riunificazione che li portano a fare dei tentativi per rimettere insieme i genitori, per convincerli a riconciliarsi. A volte, più o meno consapevolmente, possono anche creare le “condizioni” per un incontro, magari combinando qualche guaio, andando male a scuola, rifiutando di obbedire mettendo in atto comportamenti problematici. Altre volte accusano improvvisi sintomi fisici che possono testimoniare tristezza e depressione. Questi sintomi, una volta evidenziati, non vanno mai sottovalutati. Nelle situazioni di crisi e di separazione, è deleterio minare l’immagine dell’altro genitore. Padre e madre, per i figli, rappresentano l’unico mondo possibile: non possono reggere una guerra interna in cui i genitori tentano di demolirsi a vicenda, espropriando di fatto l’affetto e l’attaccamento dei figli.

Gli adolescenti sembrano adattarsi meglio dei bambini all’idea del divorzio dei genitori ma finiscono per provare un profondo senso di tradimento. Hanno come la sensazione di un sogno che si frantuma, di un futuro che si perde. Alcuni reagiscono con sentimenti di depressione: si isolano dagli amici, si ritirano in loro stessi, perdono fiducia nella vita. Altri reagiscono con rabbia, protestano con un comportamento trasgressivo, contestano e negano il valore degli affetti assumendo atteggiamenti cinici.

La maggior parte dei giovani, in ogni caso, si ritrova a fare i conti con intense sensazioni di incertezza a cui non sa dare risposta. Molti, anche da adulti si troveranno a lottare con problemi non risolti. Alcuni continueranno a rifiutare il genitore che all’epoca hanno ritenuto colpevole o che li ha abbandonati. Altri idealizzeranno la famiglia e cercheranno di realizzare a tutti i costi un’armonia familiare che a suo tempo non hanno avuto.

Questi e altri possono essere i problemi che i figli si ritrovano ad affrontare nel momento della separazione dei genitori. I figli, dal canto loro, sono inclini ad accettare quel che trovano: per loro va bene la famiglia in cui nascono, purché abbia alcune prerogative irrinunciabili, ciò di cui hanno bisogno: affetto, rispetto dei tempi di sviluppo e dei loro ritmi, disponibilità e responsabilità degli adulti, stabilità, sostegno della crescita, autenticità nei rapporti. A traumatizzarli sono i cambiamenti improvvisi, le perdite delle figure di attaccamento, le liti ripetute e croniche, l’indifferenza, il caos educativo, l’assenza di linee di condotta, la solitudine, l’abbandono.

Suggerimenti psico-educativi

La separazione, come si è detto, minaccia gli affetti e rende instabili le sicurezze che un bambino o un adolescente è riuscito a costruire. L’idea di un frantumazione del tessuto familiare genera ansia. Il pensiero di essere abbandonati produce smarrimento, angoscia, disperazione. Come intervenire in questi casi?

I figli hanno bisogno di spiegazioni chiare comprensibili sulla separazione, sui suoi tempi, su come potrà essere la vita quando i genitori saranno divisi. I bambini devono essere aiutati a capire il perché della separazione, altrimenti tenderanno a dare un’interpretazione personale dei fatti. I più piccoli, ad esempio, possono addossarsi colpe che non hanno. Certo non si tratta di raccontare i dettagli della vita intima della coppia o le ragioni secondo cui i genitori si rimproverano il fallimento del matrimonio. I figli non dovrebbero essere trascinati sul terreno dei rancori che non li riguardano. Né devono essere strumentalizzati o costretti a schierarsi con uno o l’altro genitore. Vanno invece rassicurati continuamente sull’amore e sull’affetto dei genitori che non muta anche dopo la separazione.

E poi bisogna verificare che essi abbiano accettato e compreso le spiegazioni che gli abbiamo fornito. Se questo avviene di solito sono disposti a parlarne, altrimenti preferiscono chiudersi in se stessi. Poi devono essere aiutati a contenere le loro fantasie di riunificazione e di rappacificazione. Molti infatti pensano che i genitori prima o poi si rimetteranno insieme. Questa idea è una sorta di negazione della realtà e ha la funzione di attenuare i sentimenti dolorosi che scaturiscono dalla rottura dei legami. Non è giusto incoraggiarla perché non aiuta il bambino ad adattarsi alla realtà.

I figli devono poter assorbire questo cambiamento esistenziale, che loro non hanno cercato, senza troppi disagi. Hanno bisogno di ritrovare al più presto la tranquillità: pertanto, serve anche saper tacere su quei particolari che potrebbero turbarli o mettere in cattiva luce un papà o una mamma cui sono affezionati, in cui si identificano o di cui hanno bisogno per essere rassicurati sulla loro identità.

I figli vanno aiutati ad attraversare la sofferenza, non a negarla, vanno incoraggiati ad accettare i cambiamenti che la vita prospetta, non a illudersi che tutto possa rimanere inalterato. A nessuno piacciono i cambiamenti e, in genere, ogni evento che modifica il normale assetto delle cose, genera preoccupazione, paura, tristezza. I genitori che si separano devono essere pronti ad affrontare la tristezza dei loro figli. C’è bisogno di attrezzarsi perché è necessario dar voce al loro dolore, ascoltare le loro preoccupazioni, consentire la rabbia, rispondere alla malinconia. In una parola è fondamentale non permettere che tutti questi sentimenti vengano rimossi. Molti genitori tendono invece a ignorarli o peggio ancora a sottovalutare l’importanza di parlarne. Significa che questi genitori sono presi esclusivamente dai propri sentimenti e dalle proprie difficoltà e finiscono per non accorgersi dei problemi dei figli. Fin dall’inizio i genitori devono sforzarsi di tenere separati i propri sentimenti da quelli dei figli.

Se i due genitori sono adeguati a svolgere il loro ruolo, sono messi alla prova nella separazione, sono chiamati ad una maggiore attenzione all’educazione dei figli. Soprattutto nei primi momenti, come ricordavamo, la presenza, la coerenza e la condivisione educativa sono indispensabili per ripristinare un clima di fiducia e sicurezza. Ciò parte dal presupposto che il dialogo tra i partner, non solo rimanga continuo, ma che sia efficace nel dare risposte non contraddittorie. Sovente i figli si trovano di fronte ad una serie di messaggi confusivi, paradossali, che li mettono nella condizione di non sapere quale comportamento sia più adeguato. Vengono spiazzati da pareri discordanti, da ordini e comandi ambigui: tutte situazioni di ansia e confusione che non aiuta i figli nella crescita sana.

È necessario che i genitori si rimbocchino le maniche, accettino di venire a patti e provino a superare il vittimismo o i reciproci sentimenti di rabbia e di vendetta che spesso coinvolgono i figli più del dovuto le inevitabili lacerazioni determinate dagli eventi che conducono alla separazione possono così essere contenute mentre è possibile, anche nella crisi, mantenere l’attenzione necessaria alle esigenze e ai bisogni dei figli.

I genitori devono essere in grado di adattarsi ai nuovi bisogni che la crescita dei figli e i cambiamenti di vita impongono, mostrando flessibilità nelle risposte e continuità nella capacità di garantire affetto e sicurezza.

Il peso dell’educazione è meglio sostenuto se c’è accordo di base tra i genitori, se i due riescono a comunicare bene, a costruire equilibri nuovi con parenti e amici, a condividere compiti pratici e problemi quotidiani: tutto questo produce più alleanza educativa, indispensabile soprattutto nella separazione.

Conclusioni

Bisogna, quindi, ritrovare passione e intelligenza educativa che consentano di non rimandare approcci e riflessioni, che aiutino ad assumere atteggiamenti e a trovare reazioni adeguate all’attuale situazione di emergenza delle tante famiglie con figli in situazione di separazione. Pur trattandosi di un “allarme”, non ci si può accontentare di risposte che consentano di arginare solo qualche rischio e non ci si può neanche illudere che il problema sia risolvibile in poco tempo. L’emergenza educativa si trasforma, in definitiva, non in una sfida impossibile o in un’emergenza insormontabile, ma nell’imprescindibile esigenza di educare la cui direzione è, da sempre, ordinata a dar sapore alle nostre umane esistenze, ovvero a condurle a raggiungere la loro piena statura di umanità.

Nessun automatismo è più possibile nel contesto attuale. Non si educano i figli confidando nel clima diffuso, nei comportamenti assunti dalla maggioranza. Oggi si diventa uomini e donne a partire da una chiara proposta educativa fatta ai più giovani, da un paziente accompagnamento e da un sapiente ascolto, da un prendersi cura della vita dell’altro.

Ciò che rende perfetta la personalità umana è la coscienza. Avere una coscienza in educazione significa unificare pensiero e azione, anticipare e prevenire i comportamenti dell’educando e le conseguenze che tali comportamenti possono avere; significa rapportarsi con una visione progettuale dell’evento educativo. Appare oggi fondamentale recuperare la dimensione di ricerca dei fini in educazione che, a causa anche della grossa frammentazione e complessità della società attuale, sembra un po’ perduta. La comprensione dell’intenzionalità dell’azione educativa, la sua dimensione razionale e al contempo affettiva e le finalità a cui essa tende sono le condizioni che permettono al genitore e al figlio in crescita di esperire percorsi educativi realmente efficaci e costruttivi.

Possiamo sperare che l’educazione sia riconosciuta come uno dei segni di questo nostro tempo; che questo nostro tempo, con le sue crisi e le sue emergenze, generi un’attenzione nuova e qualificata alla persona e alla cura per la sua crescita in umanità. Possiamo sperare che dunque l’educazione passi da emergenza a segno del nostro tempo. Se sapremo spenderci perché questo avvenga, avremo contribuito anche a esercitare una forma di profezia: quella che sa dire il valore della persona e il senso nuovo del dedicarsi alla sua maturazione.

Non si può gettare la spugna davanti a una tale sfida: ci si gioca la felicità delle giovani generazioni e il bene della società.

Tante delle parole usate fin qui per delineare il senso dell’educazione si riconducono a un atteggiamento antico, quello che ha identificato l’educazione come una forma del voler bene  e che Don Bosco riassumeva nell’espressione “educare è cosa del cuore”.

Voler bene è un’espressione semplice, che appartiene al linguaggio comune e che indica la disponibilità di mettere l’altro prima di noi, di dedicarsi a lui per il suo bene, anche a costo di sacrifici e rinunce. È quello che avviene e sperimentano quotidianamente molti genitori in maniera ordinaria giorno dopo giorno, dedicare tempo; esercitare autorevolezza per insegnare a camminare nella libertà; ricominciare da capo con pazienza; cercare e costruire alleanze con umiltà. Voler bene rende disponibili all’ascolto e al dialogo che accoglie e nella pazienza offre ragioni, convince, apre alla prospettiva della verità.

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