Genitori – Figli e nuove tecnologie

Il rapporto dei ragazzi con i nuovi media viene percepito dai genitori con un senso di ambivalenza: timori e diffidenza legati ai possibili e concreti rischi, ma anche fiducia e apertura verso le opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Questa contraddizione spesso tende a polarizzare la discussione quando mi trovo a fare conferenze su questo tema ai genitori, contrapponendo i rischi alle opportunità o viceversa, invece di accogliere il fatto che nella realtà quotidiana i rischi viaggiano insieme alle opportunità e tutto questo può diventare una sfida educativa, con la consapevolezza di dover essere equipaggiati come educatori (nelle conoscenze teoriche, nelle abilità tecnologiche ma soprattutto nelle competenze educative e relazionali) per sostenere e accompagnare i figli.
Alle consuete difficoltà che alimentano lo scontro tra genitori e figli, oggi, si aggiunge la consapevolezza tutta nuova dei genitori di non avere che pochi o minimi strumenti per comprendersi reciprocamente. In fondo è la prima volta nella storia dell’educazione che capita di vedere i giovani con più competenze tecnologiche degli adulti. La relazione dunque di fronte ai nuovi mezzi di comunicazione tra genitori e figli non di rado è difficile o più complicata di un tempo. Spesso ambivalente. Perché gli adulti da una parte criticano l’uso degli strumenti tecnologici che fanno parte integrante della vita dei figli e dall’altra li adottano massicciamente e a volte più disfunzionalmente dei loro figli. Viviamo quindi un’epoca in cui sul piano educativo è sempre più necessario incontrare le nuove generazioni con un atteggiamento di disponibilità e avvicinarsi alle nuove esigenze con mente aperta. Oggi, sempre più in tenera età (3-4 anni), viene offerta la disponibilità ad utilizzare la tecnologia che viene consegnata dagli stessi genitori e non dal mondo esterno, dalle istituzioni o peggio ancora da “altri” nemici, cattivi, attentatori della salute mentale e del benessere dei più giovani. Per esigenze affettive e di controllo le mamme e i papà che trascorrono molte ore fuori di casa scelgono di regalare un telefonino al proprio figlio, con l’illusione di poterlo controllare. Oppure, consentono al ristorante di poter utilizzare i videogiochi, per riuscire, ad esempio, a stare tutti seduti a tavola. Non possiamo come educatori utilizzare le tecnologie come babysitter virtuali quando ci fa comodo e vietarli o negarli quando ci danno fastidio.
È un compito importante per i genitori riflettere sul modo in cui vengono introdotti alcuni apparecchi digitali in casa: quante TV ci sono? Quanti cellulari? Come e chi utilizza il PC? Quali attività vengono svolte in rete? Altrettanto importante sarebbe riflettere su dove questi mezzi sono collocati: ci sono famiglie che hanno una TV in ogni camera della casa. Non mi stupisce, pertanto, se il grado di monitoraggio e di condivisione nell’utilizzo delle nuove tecnologie è particolarmente ridotto.
Infine, è fondamentale analizzare se e in che misura il tempo dedicato all’utilizzo delle tecnologie stia aumentando ovvero riducendo gli spazi delle relazioni umane: il rischio cioè è che la moltiplicazione dei mezzi comunicativi non determini un aumento della comunicazione efficace, in cui si dà spazio alle emozioni, ai sentimenti e all’incontro con l’altro. Allora la sfida di un’educazione digitale in famiglia è quella di impossessarsi degli strumenti al servizio di un tempo per comunicare e interagire fra i membri.
Sarebbe utile inoltre fa rispettare una sorta di “contratto” al proprio figlio, nel quale ci si accorda sul tempo da dedicare al computer, stimolando in lui la consapevolezza delle tante ore trascorse davanti allo schermo. Porre dei chiari limiti è utile perché può aiutare l’adolescente a quantificare il tempo che dedica a queste attività, e conseguentemente aiutarlo a percepirne, egli stesso, gli eccessi. Le regole circa l’utilizzo di Internet dovrebbero essere oggetto di dialogo e negoziazione e rappresentare occasioni per parlare e discutere con i figli. Possiamo così confrontarci con loro anche sui siti che è opportuno visitare e su quelli in cui invece non devono accedere. Infatti, molti genitori sono molto preoccupati del regolarizzare il tempo dell’uso delle tecnologie ma trascurano i contenuti e quello che viene fatto in quel tempo. È quindi preferibile definire un tempo appropriato che nostro figlio può dedicare all’utilizzo dei vari media, e contemporaneamente cercare di monitorare le attività in cui risulta coinvolto nella Rete.
Un altro indice da osservare è quanto il tempo della connessione interferisca con altre attività, per esempio lo studio, lo sport e le amicizie. Il rapporto tra tempo trascorso su internet e quello dedicato alla vita reale rappresenta un ottimo dato da osservare per poter prevenire la dipendenza e l’isolamento sociale. L’eccessivo utilizzo di Internet o del cellulare può costituire un serio problema, quando i ragazzi soddisfano attraverso questi strumenti bisogni profondi che dovrebbero trovare risposta anche nella vita in presenza: in definitiva le difficoltà emergono quando le nuove tecnologie vengono impiegate in modo sostitutivo anziché integrativo. Solitamente, le strategie più utilizzate dai genitori per fronteggiare l’abuso di questi media sono: la mediazione attiva (ad esempio parlandone con i figli), quella restrittiva (ponendo limiti e regole) e la fruizione congiunta (condividendo l’esperienza). Per quanto riguarda Internet entrano in gioco anche strumenti tecnologici, come filtri e programmi di controllo.
In realtà, quando l’intervento degli adulti si limita all’approccio restrittivo, si genera un effetto paradossale che aggrava il problema. Infatti, per proteggersi e sfuggire al controllo dei genitori, i ragazzi usano una serie di tattiche: ad esempio nascondono le cartelle, riducono le finestre quando i genitori guardano lo schermo del computer e così via. Sembra di assistere a una “battaglia”, dove ogni parte in causa utilizza strategie per controllare e per non farsi controllare, con il rischio di danneggiare la relazione. Il problema resta quello di trovare strategie di mediazione familiare costruttive ed efficaci che consentano ai ragazzi di raccontare le loro esperienze ai genitori, senza paura di perdere i propri margini di libertà. A nessuno piace essere controllato, ancor meno gli adolescenti, e il monitoraggio dovrebbe passare da un atteggiamento generale di interesse, attenzione e amorevolezza.
Prevenire significa educare a un uso limitato (nel tempo soprattutto) e adeguato di questi strumenti; controllare, cioè proteggere i ragazzi dai rischi di un uso illimitato (che crea la dipendenza) e inadeguato dei social network (che non sviluppa relazioni amicali empatiche). Alimentare e sviluppare entusiasmo nei ragazzi oggi passa anche attraverso una costante e intensa educazione alle regole, alle emozioni, ai valori e al porsi obiettivi e passioni nella vita.
Dare tutto e subito ai propri figli, convinti di farli contenti e di non vederli soffrire, contribuisce alla costruzione di un Io fragile e di un falso senso di onnipotenza, pronto ad andare in pezzi alle prime inevitabili frustrazioni. Per quanto riguarda l’utilizzo dei nuovi media è importante stabilire limiti chiari sulla quantità di tempo che i figli trascorrono online e quanti siti web possono visitare. Porre il computer e la TV in un luogo dove è possibile tenere d’occhio l’attività del figlio, inoltre, offre la possibilità di esercitare un maggiore controllo, oltre a ridurre il pericolo che i vostri figli, avendolo in camera da letto, lo utilizzino nelle ore più impensabili. Per quanto riguarda il telefonino, l’ideale sarebbe non concedere il cellulare personale prima dei 12 anni, e fino ai 14 anni lasciarlo usare solo in caso di necessità. Ovviamente non farlo mai usare a scuola o in altri luoghi dove è vietato. Vietarne assolutamente l’uso mentre fanno i compiti e farlo spegnere durante la notte.
I nuovi mezzi di comunicazione, se ben utilizzati, sviluppano una buona capacità d’interazione ma sono contrari allo sviluppo di buone capacità relazionali.
Credo che allora sia arrivato il tempo di poter riflettere, noi adulti che abbiamo a cuore l’educazione, il benessere e il futuro delle nuove generazioni, su una possibilità di un’educazione diversa centrata sulla relazione educativa unico modo per educare e formare la personalità dei soggetti in divenire. Un’educazione lenta.
Senso critico, spirito strategico, capacità di autoregolazione, capacità affettiva, senso del limite e del rispetto, senso civico, autonomia e capacità di problem solving non necessariamente fanno parte della dotazione di un bambino o adolescente solo per il fatto che è nato e cresciuto tra monitor e tastiera e per il fatto di averne fatto uso. Queste competenze vanno sviluppate ed educate attraverso la relazione educativa faccia a faccia.
Si tratterebbe, allora, di lasciare che i ragazzi in vari contesti educativi (casa, scuola, parrocchia) esplorino il mondo secondo i loro propri ritmi, tempi e luoghi reali. In quanto l’educazione è un processo relazionale qualitativo e non quantitativo e che è un processo lento.
In conclusione, se i nuovi media sono usati da persone mature in modo responsabile sono un’importante opportunità per raccontarsi, per migliorare le proprie relazioni interpersonali e perfino per lavorare. Al contrario, se usate in maniera non responsabile da persone troppo giovani possono creare problemi e difficoltà che in alcuni casi nemmeno il tempo riesce a cancellare. In definitiva un genitore non deve diventare esperto in nuove tecnologie ma esperto di relazioni educative.