Educare alla resilienza

Un altro punto debole dei bambini del nostro tempo è la fragilità nella gestione delle inevitabili frustrazioni che la vita sociale comporta. Ogni “no” e ogni insuccesso sembra scatenare nei bambini di oggi una sofferenza e una reazione spropositata rispetto all’effettiva gravità dei fatti.

Il concetto di resilienza in psicologia indica la capacità di una persona di fare appello alle sue risorse interiori per reagire a una situazione sfavorevole e sviluppare una personalità positiva. Nella sua accezione maggiormente condivisa, il concetto di resilienza si riferisce a quel processo dinamico che consente di mantenere un adattamento positivo malgrado un contesto in cui il soggetto è messo alla prova da circostanze avverse, adattamento che può consistere tanto nel raggiungimento di esiti evolutivi funzionali quanto nell’evitamento di esiti mal adattivi.

Ai giorni nostri sembra che l’obiettivo principale degli adulti nei confronti dell’infanzia, ma anche nei confronti di se stessi, sia soprattutto di annullare ed escludere assolutamente il dolore dalla propria vita. Il bambino al giorno d’oggi, è talmente desiderato, protetto e “prezioso” che non può neanche più avere la possibilità di sbucciarsi un ginocchio al parco, la cosa più normale, naturale e per certi versi sana per qualsiasi bambino. A livello educativo la vera ricchezza umana e pedagogica non consiste nell’eliminare il dolore, ma nella capacità di dargli un senso, per farlo diventare non un’occasione di stress negativo, ma un’importante occasione di crescita. Dalla mia esperienza di consulente ai genitori ho potuto rilevare che la dote della resilienza non viene tanto insegnata ai figli: iperprotetti e tenuti al sicuro da qualsiasi tipo di problema, difficoltà e fatica, che crescono senza sviluppare difese e senza mettersi mai in discussione. Finché la vita non li pone da adulti davanti a inevitabili sofferenze e difficoltà che li trova incapaci di reagire e  trovare soluzioni positive.

Così iperprotetti, i figli sempre più spesso non appaiono in grado di affrontare le minime paure e difficoltà della vita e non sviluppano una sana autostima. Il punto è mantenere sempre un sano equilibrio tra difficoltà e soluzioni. Se un bambino è costretto a superare problemi troppo grandi in condizioni di abbandono non riesce con le sue possibilità cognitive ed emotive a farcela, ma se condivide le difficoltà con un genitore che lo sostiene questo lo aiuterà nel processo di maturazione della personalità.

A mio modo di vedere credo che un sano intervento educativo sia quello di far vivere al figlio delle sane frustrazioni che lo aiutino nel percorso di sviluppo. Si tratta di porre sistematicamente i figli, e sin dai primi momenti dello sviluppo, in una situazione non di “gratificazione ottimale”, ma di “frustrazione ottimale”, vale a dire pienamente coerente con le sue caratteristiche, potenzialità e possibilità di affrontarle. Così il figlio comprende, e soprattutto sperimenta sistematicamente, che dai suoi genitori può ottenere gratuitamente soltanto una cosa (anche se questa la può avere sempre, comunque e in maniera totale e assoluta): il loro amore incondizionato. Un amore che non è la risposta soddisfatta alle gratificazioni che i genitori ottengono per quello che il bambino è (bello, intelligente, simpatico, …) e ancor meno per quello che egli fa (ubbidisce, è bravo, educato, …) ma che risponde esclusivamente al riconoscimento della sua identità personale di figlio e deriva unicamente dal fatto che lui “c’è”, che lui “esiste”. A partire da questa situazione e nella misura in cui un figlio vive sistematicamente questa profonda esperienza, deve sapere, e sin da quando è piccolo, che nessun’altra cosa gli verrà concessa gratuitamente e senza sforzo, ma che tutto il resto, tranne l’amore incondizionato dei propri genitori, deve ottenerlo con il suo impegno. Impegno certamente proporzionato alle sue caratteristiche generiche, di età, grado di sviluppo delle competenze, momento particolare della crescita e alle sue individuali e concrete capacità e potenzialità. Un simile modo di educare, mentre contribuisce efficacemente a inculcare nel bambino la fiducia di base relativamente all’amore e all’accettazione totale e incondizionata dei genitori, va costruendo in lui il vissuto di fiducia, forza e profonda convinzione di non avere bisogno di essere sostituito da altri nel raggiungimento i suoi obiettivi. Favorisce altresì l’instaurarsi graduale di sentimenti e atteggiamenti di autostima , sicurezza di sé, indipendenza, tenacia, impegno, costanza, autonomia nell’agire, desiderio di affermazione, e ricerca di obiettivi e aspirazioni realistiche e impegnative, che sono essenziali per la strutturazione della propria maturità

Ma cos’è la resilienza? Il concetto di resilienza è entrato da alcuni anni nel campo della psicologia; questa parola, che dal latino, significa “saltare indietro, rimbalzare”, indica la meravigliosa capacità di reagire di fronte alle difficoltà, non dandosi per vinti. La parola resilienza appartiene al linguaggio fisico e significa la resistenza che oppongono i metalli agli urti. Ma in psicologia il concetto assume un significato più ampio: non vuol dire banalmente resistere, ma riuscire a utilizzare l’esperienza difficile per non avere più paura e trovare soluzioni sempre nuove di fronte ai problemi. La resilienza è soprattutto la volontà dell’individuo di uscire da una situazione traumatica senza negare  o non sentire il dolore vissuto, ma sapendo costruire attorno ad esso una rinascita, attivando svariate capacità di adattamento e di apprendimento. In effetti, ci sono situazioni traumatiche più o meno gravi (povertà, perdita di un parente, malattia, violenza) che, se ben gestite, possono addirittura diventare lezioni di vita, in presenza di doti particolari fra cui coraggio e determinazione. Ad esempio la morte e la sofferenza, il lutto e il dolore per la perdita di una persona cara appaiono come ospiti indesiderati, che creano imbarazzo, perché rovinano l’atmosfera divertente e spensierata. Il viso triste di un bambino, i suoi occhi in lacrime rovinano l’ordine illusorio. La morte e la sofferenza, la malattia e la vecchiaia rientrano nei tabù dei nostri tempi. Sono argomenti imbarazzanti e scomodi, si preferisce evitare di parlarne, si finge di ignorarli, si lasciano passare nel silenzio, spesso si sottovalutano, si aspetta finché non passano da soli. Questo silenzio non fa altro che aumentare e rafforzare la paura intorno ai tabù, che dopo anni tornano con più energia di prima. Il silenzio, dunque, non è il modo migliore per affrontare il dolore del bambino o il dolore del genitore. Con i bambini bisogna parlare della morte e del morire, ma bisogna anche saperlo fare. La lettura della fiaba, per esempio, in questo senso è maestra di vita perché evidenzia che tutti i dolori sono sopportabili, se trasformati, come per il brutto anatroccolo che diventa cigno. Inoltre, il racconto che cambia profondità alle cose inserendole in un contesto lontano permette di spostare l’ansia fuori da noi stessi. Così, si riesce a ragionare, a studiare strategie e vie d’uscita. Altro aspetto interessante della fiaba è quello di aiutare il bambino attraverso streghe e fate a capire cosa è buono e cosa è cattivo.

Per farcela, poi, il bambino deve imparare a imprimere una direzione alle emozioni. I bambini che reagiscono a un’esperienza dolorosa regolando il comportamento sul loro sentire e attivando così reazioni impulsive (lanciare oggetti, urlare, irrigidirsi, ecc.) sono poi quelli che registrano livelli di malessere maggiori. Se il genitore è una base sicura, dove rifugiarsi, il bambino si lascerà calmare e rassicurare, altrimenti rimarrà spaventato e talvolta disperato perciò incapace di organizzare i suoi sentimenti. È importante precisare che la resilienza è diversa dalla resistenza, termine con il quale si indica la tendenza a chiudere gli occhi davanti ai propri traumi, fino a rimuoverli e ad andare avanti senza consapevolezza. Il figlio resiliente, invece, sa che ha vissuto un trauma ed è motivato a superarlo mettendo in campo alcune speciali risorse.

Nei bambini la prima condizione fondamentale nella costruzione del processo di resilienza è il legame e l’importanza che per il bambino prende la relazione con un adulto ritenuto autorevole e per lui importante. Diventa indispensabile quindi un genitore che sa indirizzare, accogliere, dare il senso e il significato giusto a quanto il figlio sta vivendo. Occorre quindi che i genitori riescano a vivere le caratteristiche e i valori resilienti che vogliono trasmettere. Un compito questo per i genitori non facile ma possibile e che tuttavia compete al loro ruolo di educatori in quanto un figlio resiliente sarà un adulto capace di fronteggiare la vita in modo maturo e responsabile.